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Demansionamento del lavoratore subordinato - intervento dell’avv. Arturo Serra a Radio Roma Capitale

Avv. Arturo Serra

L’Avv. Arturo Serra è stato ospite della Radio Roma Capitale per parlare di diritto del lavoro ed in particolare del fenomeno del demansionamento.

Oggetto dell’intervento dell’Avv. Arturo Serra sono stati i principali diritti dei lavoratori subordinati e delle tutele preposte dall’ordinamento per far fonte a condotte illecite del datore di lavoro, soprattutto per quanto concerne il corretto inquadramento retributivo del lavoratore subordinato e del fenomeno del demansionamento.

Occorre premettere che l’art. 36 della Costituzione sancisce che ogni lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

Nella prassi,il concetto di corretta e proporzionata retribuzione è garantito dalle associazioni di categoria che, mediante la stipula dei contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) hanno cercato di garantire una retribuzione equa e proporzionata rispetto alle mansioni, ruoli, responsabilità ed orari concretamente svolti dal singolo lavoratore, nell’ambito del proprio settore di appartenenza.

Ciò avviene mediante il cd. inquadramento contrattuale che specifica in modo chiaro il ruolo attribuito al lavoratore all’interno dell’azienda, sulla base della categoria, della qualifica e delle mansioni proprie del suo impiego a cui corrisponde un determinato livello retributivo (che varia in base al settore).

Purtroppo, molto spesso, si assiste a delle condotte illecite dei datori di lavoro che, per ottenere un significativo risparmio sia retributivo che contributivo, adibiscono i lavoratori a mansioni differenti (spesso superiori) rispetto a quelle per quali sono stati originariamente assunti.

In tal caso si parla appunto di “demansionamento”, termine che sta ad indicare l’adibizione del lavoratore a mansioni ricomprese in un livello di inquadramento (genericamente inferiore) rispetto a quello pattuito all’interno del contratto individuale di lavoro o a quello corrispondente alle mansioni da ultimo svolte.

Le ipotesi in cui il demansionamento del lavoratore è considerato legittimo sono sancite dal art. 2103 c.c. e sono solamente 3:

1- nel caso in cui ragioni di riassetto organizzativo dell’azienda lo richiedano, ma ciò presuppone la sussistenza di una sorta di giustificato motivo oggettivo, ovvero che tale scelta sia obbligata da motivi ricollegabili alla gestione dell’impresa;

2- nel caso in cui sia espressamente previsto dal contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro;

3- nel caso di stipula di un accordo individuale di modifica delle mansioni siglato nelle c.d. sedi protettecon il lavoratore (ITL o sindacati).

Al di fuori di queste 3 ipotesi però il comma 7 dell’art. 2103 c.c., prevede testualmente che: “Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il lavoratore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta e l’assegnazione diviene definitiva, …, dopo il periodo fissato dai contratti collettivi o, in mancanza, dopo sei mesi continuativi”.

Volendo fare un esempio, il demansionamento si verifica quando il dipendente di un ristorante viene assunto come aiuto cucina e quindi con contratto appartenente al 6° livello di inquadramento del CCNL Pubblici esercizi ma in realtà svolge mansioni di banconista o cameriere e quindi avrebbe diritto ad essere assunto con contratto corrispondete al livello 5° del CCNL di categoria, che prevede un trattamento retributivo superiore e che va chiaramente ad incidere su tutte le altre voci in busta paga, come gli scatti di anzianità ed il trattamento di fine rapporto.

Ma quando si verifica un demansionamento illegittimo, come nel caso appena descritto, il lavoratore cosa può fare?

Il lavoratore ha diritto ad ottenere il riconoscimento delle mansioni superiori concretamente espletatee potrà richiedere innanzi al Giudice del Lavoro l’accertamento delle differenze retributive di sua spettanza riuscendo a provare che, nel corso del rapporto, ha concretamente svolto quelle mansioni.

La prova del demansionamento può essere fornita in vario modo, sia mediante prove documentali che mediante l’escussione dei testimoni.

Ma v’è di più! Il lavoratore ha diritto ad un ulteriore risarcimento del danno che la Cassazione con una Sentenza a Sezioni Unite del 2008, n. 26972, ha invece scelto di suddividere tra danno professionale a contenuto patrimoniale e quello a contenuto non patrimoniale, definendo il primo come il pregiudizio derivante dalla perdita della capacità professionali acquisite o dalla perdita di ulteriori possibilità di guadagno o di carriera (cd. perdita di chance), mentre il secondo, ovvero il danno non patrimoniale, è invece indicatocome una “categoria ampia e onnicomprensiva” chesia in grado di incidere negativamente sulla personalità dell’individuo, tutelatocome noto dall’art. 2 della Costituzione ed in quanto tale passibile di tutela risarcitoria.

Tuttavia, sempre la Suprema Corte ha specificato che in tutte le ipotesi di richiesta del riconoscimento di un danno da demansionamento – esso non può considerarsi in re ipsa, ma necessita di essere specificatamente provato dal lavoratore, anche in via presuntiva.

Se ritenete che le mansioni che svolgete in favore del Vostro datore di lavoro non siano corrispondenti al livello di retribuzione previsto dal Vostro contratto di assunzione, rivolgetevi allo Studio Legale Serra per ottenere l’accertamento delle dovute differenze retributive, la liquidazione di un congruo risarcimento del danno ed ottenere la migliore tutela dei vostri diritti.

 
 
 

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